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Catania - Cimitero monumentale

Le vicende costruttive del cimitero di Catania hanno inizio nei primi anni dell'Ottocento, momento in cui nasce l'esigenza di allinearsi alle disposizioni legislative emanate nel Regno delle Due Sicilie (Regio Decreto del 11/03/1817) in ottemperanza al precedente Editto di San Cloud (1804).
Nel 1819, il duca di Sammartino (intendente del Val di Catania) nell'ottica di dotare la città ottocentesca di tutte quelle attrezzature di cui è carente propone al consiglio provinciale la realizzazione di un cimitero affermando che "...la decenza, la religione, la salute pubblica esigono che siano inumati nei pubblici cimiteri li cadaveri, i quali ora sono collocati nelle tombe aperte a canto delle nostre abitazioni"[1]
Alle disposizioni governative del 1817, segue il Decreto Reale del 12 dicembre 1828 nel quale viene fissato il termine del 1 gennaio 1831 per l'ultimazione dei campisanti nel Regno. Vengono inoltre dettate le norme per il tipo di sepoltura e viene permesso alle congreghe ed alle famiglie di acquistare dal Comune una porzione di terreno (in concessione perpetua) con l'obbligo di assumersi la spesa della cappella o di altro monumento sepolcrale che vi si voglia erigere.
Nel 1835 viene individuato un terreno nella zona della Plaja di Catania, l'ingegnere comunale Sebastiano Ittar riceve l'incarico di redigere un preventivo dei costi per la costruzione del Camposanto. I decessi dovuti all'epidemia di colera del 1837 e l'impellente necessità di inumare le salme portano alla decisione di iniziare i lavori di costruzione.
Il sito della Plaja non viene ritenuto idoneo alla costruzione del cimitero in quanto non conforme ai requisiti richiesti dai decreti e dai regolamenti vigenti. Se ne prendono in considerazione altri (Asmundo, Curia, S. Chiara, Cappuccini Vecchi, Novalucello e Minoriti) ma non si perviene ad una scelta definitiva, tanto che nel 1854, a seguito di un'ulteriore epidemia di colera, i cadaveri vengono ancora sotterrati nel cimitero della Plaja, sebbene già dismesso.
Nel marzo del 1856 la scelta cade su di un terreno comunale (fondo del Crocifisso) reputato adatto sia a livello tecnico che economico. Il progetto viene affidato all'ing comunale Eligio Sciuto che riceve delle precise indicazioni progettuali: realizzare una forma "mista a giardinaggio e monumentale"[2]. Il progetto dello Sciuto non viene portato a termine a causa degli eventi politici susseguitesi dal 1859 al 1860, disfatta della monarchia borbonica e costituzione del Regno d'Italia, che segnano un punto importante di svolta.
Di fatto, a seguito dell'emanazione delle Leggi Siccardi del 1866/67, che aboliscono le corporazioni religiose e ne confiscano i relativi beni, si rende disponibile la tenuta di Santa Chiara, un vigneto di proprietà delle monache dello stesso Ordine, che per le sue caratteristiche, la sua posizione e la sua morfologia era stato da sempre ritenuto il più adatto per accogliere il cimitero della città. Il terreno, di forma pressoché triangolare con uno dei lati a contatto con un'importante arteria viaria, la strada provinciale per Siracusa, si trova in contrada Acquicella a sud della città, a circa un chilometro di distanza dal centro abitato ed in posizione favorevole rispetto ai venti dominanti, soddisfacendo così le condizioni della legge sulla sanità pubblica del 20 marzo 1865 e del successivo regolamento dell'8 giugno 1865 [3].
Se da un lato le impellenze legislative impongono la tempestiva apertura e messa in funzione dell'impianto (aperto nel 1866 approntando una recinzione provvisoria in legno) nonché la redazione del progetto "artistico", affidata all'ingegnere comunale Ignazio Landolina, dall'altro la città si interroga sul progetto del cimitero, sulla soluzione da adottare, sul progettista da chiamare.
Il progetto del Landolina, pur essendo stato inviato a Firenze per essere sottoposto all'autorevole parere del prof. Mariano Falcini e da questi revisionato, viene realizzato solo in parte (muri di cinta, ingressi (principale e secondario), movimenti di terra per realizzare i campi di inumazione) e, dopo qualche anno, definitivamente accantonato.
Il cimitero viene considerato una necessità simbolica per la città e l'attenzione viene rivolta verso i più rinomati specialisti in campo nazionale.
Tra questi la scelta ricade sul messinese Leone Savoja (progettista in quegli stessi anni dello scenografico Camposanto Monumentale di Messina) che, con delibera del 15 ottobre 1871, riceve ufficialmente l'incarico di "ingegnere specialista per la sistemazione del Camposanto" [4].
Il Savoja modella la collina di Santa Chiara, spianando la parte sommitale destinata ad accogliere il grandioso pantheon a pianta quadrata su cui si annettono le ali della galleria porticata e parte dei campi di inumazione .
Prevede inoltre una zona con alberatura a boschetto in cui verranno realizzate le sepolture di famiglia, cappelle, etc.
Nonostante le grandi aspettative per un grandioso ed importante cimitero che dia "decoro e lustro alla città" [5], i sopravvenuti problemi tecnici dovuti alla consistenza del terreno fondale ed economici (ingente costo), scoraggiano l'amministrazione comunale impegnata, al contempo, nella costruzione di altre importanti opere pubbliche. Nel 1879 viene affidato l'incarico all'Ufficio Tecnico Comunale, nella persona dell'ingegnere Filadelfo Fichera.
Questi, uno dei massimi esperti in campo nazionale in materia di igiene e salute pubblica, nonché progettista molto attivo nella Catania ottocentesca, pur mantenendo quanto già realizzato dal progetto Savoja (parte della spianata sommitale) rifiuta la soluzione mista (monumentale e a giardino) in quanto poco consona alla naturale conformazione del terreno e alla morfologia della collina, affermando viceversa che "... la collina di Santa Chiara si debba trasformare il meno possibile per destinarla a cimitero.."[6], ed è su questo punto cardine che egli sviluppa il progetto.
Il Fichera, infatti, propone una sistemazione "a giardino" con un sistema di viali alberati che dagli ingressi esistenti (principale e secondario), seguendo l'orografia del terreno, costeggiano la collina convergendo nella spianata pianeggiante in cui si trovano i servizi (osservatorio necroscopico, chiesa e presbiterio) ed il campo di inumazione adulti, suddiviso in campi quadrangolari da una maglia regolare di stradelle ortogonali.
Il campo di inumazione bambini è invece previsto nel versante settentrionale della collina ed è "disposto tutto a ripiani sia nel senso longitudinale che nel trasversale, atteso le risentite pendenze del terreno [...] e tutte le differenze di altezza sono raccordate con gradini"[7].
Nell'insieme, "le linee diritte e gli angoli retti del campo di inumazione in mezzo a forme di giardinaggio irregolare servano a dare una certa varietà elegante allo insieme della pianta ed a denotare il suolo piano ed il suolo montuoso"[8].
Le sepolture delle famiglie gentilizie previste in cappelle funerarie che rappresentano i "monumenti più importanti del cimitero"[9], poste lungo i grandi viali che serpiginosi lambiscono l'intera area esterna della collina, nel loro susseguirsi, determinano l'intelaiatura del terreno definita dalla forma pressoché quadrangolare degli edifici, dai volumi assemblati in armonia, dalle piccole recinzioni e decori scultorei posti all'intorno e dai filari di cipressi che ne punteggiano il percorso.

Ancor oggi si accede al Cimitero dai due ingressi originari: quello principale, costituito da un corpo di fabbrica in stile neoclassico a tre fornici chiusi da cancelli (per antonomasia ormai definito dai catanesi "i tre cancelli"), e quello secondario (meno monumentale) che dà accesso diretto al viale delle Confraternite. Un terzo ingresso lungo la Via Acquicella, a sud rispetto a quello principale, è stato realizzato negli anni '60 a seguito dell'ampliamento del camposanto.



Le Cappelle Gentilizie costruite tra fine '800 e primi '900



Oltrepassato l'ingresso principale, nonostante la denunciata simmetria determinata dalla posizione assiale della scalinata e ribadita dalle due cappelle alquanto simili delle Famiglie Sapienza e Strano, poste ai lati, basta immettersi in uno dei viali che da qui si dipartono per rendersi conto dell'"apparente" casualità dei percorsi.

Di fatto non esiste un'asse di simmetria alla base della composizione, bensì un sistema gerarchico di percorsi costituito dai viali (S. Agata, San Giuseppe, San Michele, S.S. Angeli, etc.) immersi nella rigogliosa vegetazione mediterranea e ritmati dalla teoria di micro-architetture che rappresentano le istanze culturali di fine ottocento e si sviluppano nell'epoca di ascesa borghese della società imprenditoriale di Catania.

Come riferisce l'ingegnere Ercole Fischetti in uno scritto del 1933, "... lussuose edicole e cappelle private nelle quali gli architetti catanesi sfoggiano tutti gli stili architettonici dal Caldeo-Assiro, al Gotico, dal Greco-Romano al Normanno, dall'egizio al Fiammeggiante, e ben presto il cimitero si popola di cupole, di cuspidi, di guglie, e nelle aiuole biancheggiano le tombe marmoree, innumerevoli, ombreggiate da salici e cipressi"[10]. Architetture funerarie, immagini in miniatura non già della città reale quanto di quella vagheggiata e sognata da un popolo del sud che vede nel luogo dell'"ultima dimora" il simbolo dell'estremo riscatto, il luogo ideale dei nuovi desideri e che non bada a spese pur di autocelebrarsi, chiamando il progettista più in auge del momento.

Figura emblematica è quella dell'architetto milanese Carlo Sada (1849-1924), uno dei progettisti più attivi a Catania già dalla fine del XIX secolo che, conformandosi alle richieste della variegata committenza si sa destreggiare con fervida capacità ideativa, realizzando di volta in volta monumenti funerari "individuali" e "personalizzati" .

Esempio tipico l'edicola funeraria per il Barone Sisto-Alessi, un raffinato tempietto neoclassico ipogeo di notevole valenza estetica la cui armonia ed eleganza della forma architettonica è espressione tangibile dello status nobiliare della famiglia. Ad esso in opposizione contrastante la cappella Tomaselli, imponente e maestoso mausoleo espressione del potere e del prestigio acquisito dal proprietario, professore universitario, o la cappella della famiglia Spampinato, un singolare ed originale pastiches architettonico autocelebrativo che testimonia ancora una volta la 'versatilità' progettuale del Sada a saper fronteggiare ogni richiesta .

Sul finire del XIX secolo e nei primi anni del XX secolo, agli stilemi dell'eclettismo si sostituisce il linguaggio del Modernismo, espressione di un nuovo sentire, di una rinnovata società progressista ed industriale. I progettisti catanesi più colti e tra questi Francesco Fichera (1881-1950), recependo l'evolversi della cultura architettonica dei tempi, affrontano il tema della cappella funeraria come ricerca dell'essenzialità della forma architettonica, utilizzando volumi puri, squadrati, carichi di simbolo e potere evocativo; le suggestioni della pietas cristiana sono enfatizzate dalla morbidezza delle linee decorative del liberty floreale a cui si unisce la delicatezza espressiva della scultura; e negli anni '20/'30 dalla geometrica astrazione dello stile déco.
Del Fichera si ritrovano le cappelle della Famiglia Patanè e della Famiglia Fortuna, esponenti della fiorente classe industriale catanese di inizio secolo che, pur intervallate da altri sepolcri ed edifici funebri di minore "rigore e bellezza", determinano nel loro insieme significativi brani di architettura moderna locale di qualità, meritevole di attenzione per forma, figuratività e decorazione scultorea.

La cappella Fortuna si distingue per le sue forme pure, tipiche della raffinata e astratta razionalità dello stile déco, che nella loro essenzialità interpretano in maniera semplice, solenne ed austera i significati religiosi che un monumento funerario è portato ad esprimere.

La cappella Patanè si presenta come un mausoleo imponente il cui sky-line, eco di archetipi formali degli edifici sacri delle religioni pagane rivisitati in chiave déco, stagliandosi nettamente sull'azzurro del cielo è denso di significati simbolici

Significativa è anche la cappella della Famiglia Fichera in cui alla volumetria fatta da assemblaggi geometrici, anticipatrice dello stile déco, si contrappone la magniloquenza dell'apparato decorativo, dato dal "fuori scala" della scultura dei due angeli realizzati da Salvatore Juvara.

Incastonandosi nell'orografia come piccoli oggetti d'arte la cui materia diventa simbolo, ricchezza, bellezza, le cappelle gentilizie connotano di identità costitutiva il luogo sacro, di specificità di appartenenza, di memoria e radicamento, dando pregio ambientale al paesaggio. Scandendo lo spazio ed il tempo di percorrenza dei viali , evòcano sentimenti di pace, serenità e commozione, secondo i "modi di sentire" insiti nella cultura catanese verso il culto di chi non è più in vita.