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Catania - Monastero benedettino

Il monastero di San Nicolò l'Arena, anche se incompleto, è per grandezza, inferiore solo a quello di Mafra in Portogallo. Per le sue ricchezze, per gli stretti legami con la nobiltà catanese, ma anche per la sua attività culturale, ebbe un ruolo rilevante, soprattutto nel '700. Ammirato dai viaggiatori, che ne ricordano l'ospitalità, le raccolte librarie e il fasto dei monaci, dominava e condizionava la vita civile e religiosa della città. De Roberto, ne "I Vicerè", non si mostrè certo indulgente verso quanto accadeva dentro i chiostri del monastero che, "immenso, sontuoso, era agguagliato ai palazzi reali, a segno che c'erano le catene distese dinanzi al portone". I monaci vi abitarono sino al 1866; tre anni dopo esso venne assegnato al Comune e ospitò una caserma militare e vari istituti, ed ebbe così inizio un lungo periodo di guasti e di abbandono. Nel 1977 è stato ceduto all'università , che ne ha fatto la sede della facoltà di Lettere.

Nel 1558, fu posta la prima pietra dell'edificio di forma quadrata. In questo stesso anno i monaci, con una solenne processione, presero possesso del monastero ancora incompleto. Sul finire del secolo si iniziò a costruire una piccola chiesa e un chiostro. Alla metà del '600 il monastero accoglieva 52 monaci e comprendeva molti altri religiosi e servi; era ricco di affreschi e quadri, di statue e dotato di un acquedotto. Nel 1669, la lava della grande eruzione dell'Etna raggiunse il monastero e squassò la chiesa, e i benedettini, allora, si prodigarono a riparare i danni, riprendendo presto l'ambizioso progetto di una grande chiesa per raccogliere la folla dei catanesi.

Da Roma chiamarono un famoso architetto Giambattista Contini, ma il terremoto del 1693 interruppe i lavori delle prime strutture della chiesa, distruggendo quasi del tutto il monastero e uccidendo trentadue monaci. I superstiti tentarono di ricostruire il monastero in altro luogo, ma poi ritornarono "in lo loco detto de la cipriana" e così furono utilizzati i resti delle fabbriche precedenti. Nel 1703 fu steso il primo contratto gli intagli delle facciate che in poco più di vent'anni furono completate e decorate con "scartocci, figure, mascaroni, pottini". Le due facciate vennero lavorate dai più esperti intagliatori catanesi, tra i quali Giovanni Nicolosi e i Battaglia, in società con i tanti immigrati dopo il terremoto, come i messinesi Amato e Palazzotto. Nominato architetto del monastero, Francesco Battaglia doveva occuparsi soprattutto del collegamento verso nord e del nuovo refettorio; invece sarebbe toccato a Vaccarini realizzare, a partire dal 1739, questo vasto ambiente e altri, che comprendono la biblioteca e il museo. All'armoniosa sacrestia e al ponte verso il vasto giardino, ricavato sulla lava del 1669, si dedicò Battaglia al suo rientro nel 1747: e diresse pure la costruzione delle strutture di sostegno della cupola della chiesa, che per il resto delle fabbriche venne quasi completato alla metà del secolo. Difatti nel 1755 i monaci richiesero a Donato Del Piano un organo, che fu inaugurato nel 1767 e che per oltre un secolo è stato l'opera più ammirata del monastero. Stefano Ittar progettò nel 1769 con una soluzione urbanistica l'esedra davanti al sagrato della chiesa, intesa a valorizzare il quartiere circostante, e diresse i lavori della cupola, ultimata nel 1780. Per la facciata della chiesa, iniziata dagli Amato e da tempo interrotta, nel 1775 si fece il concorso di un nuovo progetto, che ebbe sviluppi intricati. L'incarico venne poi affidato a Carmelo Battaglia Santangelo, che nel 1796 firmò, nel finestrone centrale, quest'opera ambiziosa e rigida, realizzata solo a metà per difficoltà tecniche. Allo stesso architetto, e al cugino Antonino Battaglia si rivolsero i benedettini per un nuovo portale d'ingresso allo scalone. Somme ingenti vennero profuse nel ricercare i marmi più pregiati per gli altari in modo da interrompere l'interno del vasto tempio: intieramente bianco. Le cappelle e le altre navate nel passato erano illuminate da grandi lampadari in cristallo. Altre opere notevoli dell'arredo della chiesa sono l'altare maggiore, di Vincenzo Belli, e la grande meridiana di Waltershausen e Peters, del 1841, lunga 39 metri. Nello stesso tempo si provvide a completare il primo chiostro già iniziato da Francesco Battaglia nella corsia meridionale inferiore con dinamico ritmo classicheggiante. L'incarico fu affidato a Mario Musumeci.

"Pur presentandosi incompiuto a nord della grande chiesa, il monastero di San Nicolò l'Arena, per la sua vastità è ritenuto secondo, in Europa, soltanto a quello portoghese di Mafra. Soprattutto nel '700 il suo immenso patrimonio, gli stretti legami con la nobiltà dalla quale provenivano la maggior parte dei suoi monaci, e un notevole prestigio culturale gli conferirono un ruolo di rilievo, non circoscritto al territorio catanese. Meta obbligata dei viaggiatori - che ricordano ammirati l'ospitalità, le raccolte d'arte e il fasto dei Benedettini - il monastero si presentava come una reggia sorta sulla vasta area appoggiata alle mura occidentali della città (senza porte lungo la cortina compresa tra i bastioni degli Infetti e del Tindaro) e condizionava la vita civile e religiosa di Catania, dominando oltre i confini del largo muro di cinta che lo serrava negli altri tre lati, esaltandone l'autonomia, l'indiscusso potere economico e il carattere di 'città nella città', soprattutto in rapporto ai contigui quartieri popolari". Con queste parole di Vito Librando (Notizie storiche sul monastero di San Nicolò l'Arena, 1988) abbiamo voluto introdurre la nostra breve descrizione di questo sontuoso complesso monumentale che, dal 1977, è stato ceduto all'Università di Catania come sede della Facoltà di Lettere e Filosofia. Oggi, compatibilmente con le attività che si svolgono all'interno degli istituti universitari, è possibile visitarne una parte che consente, comunque, di farsi un'idea della grandiosità e della magnificenza dell'insieme. Entrando da piazza Dante si viene immediatamente conquistati dall'esuberanza decorativa delle facciate e dei balconi. Sempre Vito Librando ci spiega che: "Nel 1703 fu steso il primo contratto degli intagli delle facciate: queste, in poco più di vent'anni, furono completate e decorate con 'scartocci', figure, mascaroni (mascheroni), puttini', doviziosi frutti di un fantasioso repertorio ed esempio senza uguale di un gusto barocco ancora debitore della tradizione manieristica, diffuso e persistente nella fascia orientale dell'Isola". All'interno del monastero si possono visitare: i lunghi corridoi (dai quali è possibile ammirare i chiostri), il grande refettorio e le celle dei religiosi.

La meraviglia dei viaggiatori


P. Brydone in visita a Catania nel 1770, così scrive a proposito del complesso monumentale dei Benedettini: "Entrato nel grande cancello la mia sorpresa si accrebbe ancora: avevo dinanzi una facciata quasi uguale a quella di Versailles, un nobile scalone di marmo bianco e una magnifica cornice propria di una residenza regale. Non avevo mai sentito dire che i re di Sicilia avessero un palazzo a Catania e daltronde non potevo spiegarmi altrimenti ciò che vedevo. Mi affrettai a tornare a casa per comunicare la mia scoperta agli amici e li trovai in compagnia del canonico Recupero che era venuto da noi apposta per condurci laggiì e godersi la nostra sorpresa ed il nostro stupore. Ci disse poi che il palazzo non era altro che un convento di grassi monaci benedettini, che volevano assicurarsi a tutti i costi un paradiso almeno in questo mondo, se non nell'altro". Anche il ginevrino Charles Didier visitò Catania (1829) e rimase profondamente colpito dal lusso e dalla mondanità in un luogo destinato alla penitenza e alla preghiera: "L'appartamento dei religiosi - scrive - è da uomini di mondo. Il monaco mi ricevette in una camera elegante, quasi ricercata; grandi tende di mussola gialle e bianche vi creavano un'atmosfera veramente galante; una Venere voluttuosamente sdraiata accanto a una Madonna circondata da santi, dava a questo 'salotto' un aspetto un po' troppo profano".

Un tempio per la cultura


Un'ala del monastero è occupata dagli ambienti delle Biblioteche riunite Civica e Ursino Recupero, una delle istituzioni culturali cittadine più ricche e significative. Uno dei locali più importanti è la splendida Sala Vaccarini, dove la collezione libraria dei Benedettini è ancora nella sistemazione originaria. La sala prende luce da grandi finestroni ovali, alle pareti sono bellissime scaffalature di legno a due piani, la volta è affrescata con allegorie della Fede e della Virtù, il pavimento è in maiolica napoletana del Settecento.