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Nel cuore dell’antica Akragas, a non molta distanza dal Museo Archeologico, i suggestivi ruderi delle sontuose abitazioni d’età ellenistico-romana, oltre a costituire una eccezionale testimonianza dell’edilizia privata agrigentina, documentano parte del tessuto urbano e viario in questo settore della città.
Sovrapposto al precedente impianto della seconda metà del VI sec. a.C., il quartiere ellenistico-romano riflette, infatti, il rigoroso schema ippodameo in cui plateiai e stenopoí (vie principali e secondarie) si incrociano ortogonalmente fino a costituire una fitta trama di isolati regolari, a loro volta bipartiti mediante stretti ambitus centrali (intercapedini divisorie tra gli edifici).
In un arco cronologico piuttosto ampio, che va dalla fine del IV sec. a.C. alla tarda età romana, le ricche domus urbane, occupanti tre isolati scanditi da quattro stenopoí, subirono continue trasformazioni, mantenendo sia la pianta di tipo ellenistico con ampio peristilio e ambienti adiacenti oppure modificandola nel tipo italico con atrio a colonne, o nel tipo misto con atrio, tablinum, alae, peristilio.
Probabilmente dotate di un secondo piano, le abitazioni erano, inoltre, servite da un complesso sistema di cisterne e pozzi, che ne assicuravano l’approvvigionamento idrico, nonché da una adeguata rete fognaria.
La prosperità, di cui Agrigento dovette godere in questo particolare periodo, è leggibile non solo attraverso le ricercate tipologie abitative, destinate ad un ceto certamente elitario, ma soprattutto grazie alle delicate pareti affrescate (I-II stile) e alle ricche pavimentazioni musive che alcuni ambienti di questo quartiere ci hanno restituite.
Gli eleganti mosaici, da cui alcune case prendono il nome, sono diversi sia per tecnica che per stile: si va dai tipi più semplici in opus signinum o tessellatum («in cocciopesto con inserzione di tessere in marmo», come l’emblema proveniente dalla Casa della Gazzella) d’epoca ellenistica, sino ai complessi geometrici ed alle rappresentazioni fitomorfe e zoomorfe (case «del Mosaico a rombi», «delle Afroditi», «delle svastiche», «del Maestro astrattista») dei primi secoli dell’Impero.
Pare, insomma, che solo il tempo abbia dato ragione al celebre filosofo Empedocle quando affermava che “gli Agrigentini fabbricavano come se non dovessero morire mai”.