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  Giuliana - Castello di Giuliana
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Giuliana - Castello di Giuliana

Il castello di Giuliana domina la vallata del fiume Sosio dalla rupe di origine vulcanica, mentre ai suoi piedi si è sviluppato il paese di Giuliana, di origini arabo-normanne.

Il maniero, composto da un corpo a forma trapezoidale irregolare, appartenne, in epoca normanna, all’Arcivescovo di Monreale; fu poi ristrutturato per esigenze strategiche sotto il dominio dello svevo Federico II; nel XVII secolo alcune sue parti diroccate furono ristrutturate e poi adibite a monastero della SS. Trinità ed affidato ai Padri Olivetani della vicina Santa Maria del Bosco.

Il castello è stato restaurato, seppure parzialmente, di recente con progettazione e direzione dei lavori a cura della Soprintendenza ai beni Culturali ed Ambientali di Palermo, ospiterà un Museo delle pietre dure, con particolare riguardo alle agate e ai diaspri, ampiamente presenti nel territorio. I diaspri di Giuliana, di cui il De Borch (1778/80) ne ha enumerato ben 46 varietà, vennero massicciamente stilizzate in età barocca per la decorazione a marmi “mischi” delle chiese palermitane e vennero richiesti anche dalla corte medicea di Firenze e da quella borbonica di Napoli.

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Vale certamente la pena di inoltrarsi nell’entroterra della Sicilia occidentale, quasi al confine tra la provincia di Palermo e quella di Agrigento, per giungere dove si erge il sito fortificato di Giuliana, dominato da un complesso ed articolato incastellamento; dal fondo della vallata o ai piedi dell’altura se ne scorgono i forti bastioni, ma solo una veduta dall’alto, “a volo d’uccello”, ne rileva la particolare iconografia che lo rende simile ad un grande rapace dalle ali spiegate, con il rostro rivolto verso l’abitato.


Sarebbe suggestivo pensare all’aquila degli Hobenstaufen, il casato di Federico II, a cui è attribuita la costruzione dell’edificio o, almeno, del suo nucleo primitivo, anche se l’assenza di fonti documentarie certe sulla erezione del castello fa basare l’attribuzione ad età sveva soprattutto sulle analisi stilistico-architettoniche e sulle riflessioni storico-critiche.

Come tutti gli incastellamenti, si impianta su un sito d’altura (734 mt. s.l.m.) già abitato almeno dall’età araba (piuttosto vaghe le notizie sulle origini romane dell’insediamento); nel 1185 Guglielmo il Buono assegna questo territorio alla giurisdizione del costituendo Arcivescovado di Monreale, cui vengono affidati molti di quei feudi dell’entroterra la cui cristianizzazione si rileva ancora lenta e difficile, per la presenza di agglomerati a forte presenza musulmana.

Fra questi il “Casale” di Giuliana (ma anche i nevralgici centri di Jato, Corleone, Calatrasi), la cui valenza strategica è facilmente intuibile, rispondendo ad importanti esigenze di controllo del territorio. Pare che in epoca successiva si fosse anche impostato un rudimentale ma efficiente sistema di comunicazioni visive tra una serie di castelli, in sequenza ideale tra l’entroterra ed il mare: Caltabellotta, Giuliana, Prizzi, Cacciamo ed i referenti costieri.

Difesa da un alto precipizio a sud, e a nord da una robusta cortina muraria che segue la particolare geometria dell’impianto, la fortezza sembra essere stata costruita in diverse fasi, anche se in breve successione cronologica: il punto focale, e probabilmente il primo nucleo, è costituito da un torrione pentagonale dalla cuspide rivolta verso occidente; questo grande corpo di fabbrica si espande poi in due ali rettangolari disposte ad angolo ottuso.

La precisa simmetria della costruzione risponde certamente ad una committenza volitiva e di alto livello quale quella imperiale e rileva una maturità progettuale che sfrutta in modo geniale le caratteristiche naturali del sito. L’uso di torri pentagone non è un unicum nell’architettura federiciana: nel castello di Prato ed in quello di Augusta si trovano inserite nella cinta muraria, protese verso l’esterno; suggestivi confronti sono stati istituiti, inoltre, anche con i castelli crociati e l’architettura fortificata di Terra Santa, della Siria e della Giordania.

Oltre a questo, però, forse è interessante ricordare come la complessità dei rapporti geometrico-matematici nell’architettura federiciano si arricchisca di alcuni contenuti simbolici; dell’imperatore è nota l’intelligenza vivace e poliedrica, attratta dal sapere scientifico e letterario nonché filosofico ed esoterico. Alla sua corte affluiscono sapienti di tutte le aree geografiche e culturali, tra cui vale la pena di nominare anche il noto erudito scozzese Matteo Scoto, traduttore di testi aristotelici, astrologo ed astronomo.

Molto si è dunque dissertato sulla valenza del numero cinque: somma del tre (la trinità divina, i tre piani dell’esistenza - fisico, mentale, spirituale -) e del due (tesi ed antitesi, maschile e femminile, umano e divino); del quattro (stabilità e concretezza, manifestazione nel mondo sensibile) e dell’uno (elemento primordiale, manifestazione dell’Essere puro).

Ma il numero cinque è anche la cifra della “quintessenza”, il così detto “quinto elemento” o “etere”, un elemento soprasensibile che non dipende dall’essere umano perché appartiene ad un piano superiore; il cinque è anche il punto centrale della croce, quello da cui parte l’irradazione che permette di uscire dalla staticità del cubo per arrivare ad un nuovo sviluppo, ad una quinta dimensione non calcolata, ma presente ed attiva.

Inoltre, nella Qabbalah, il complesso delle dottrine ebraiche mistiche ed esoteriche su Dio e l’universo che trova proprio nel Medioevo grande diffusione anche nell’occidente cristiano, la quinta Sefirà (emanazione di Dio) ha il nome di “Gevura” o “Din”, “la potenza di Dio”, e si manifesta come “forza giudicante”.

Questa forza quì trova espressione nella geometrica potenza di una creazione imponente improntata alla logica matematica e ad un impatto visivo ed emotivo volto al controllo fisico e simbolico di un territorio difficile.

Il torrione, alto circa 18 metri, si articola in due ambienti sovrastanti, non comunicanti dall’interno, coperti a volta; dal piano

terreno si accede al primo piano attraverso una scala esterna in pietra a due rampe. Da quest’ultimo vano si raggiunge poi, con una scala in legno, la soprastante copertura piana lastricata, circondata da un parapetto.

Le aule addossate alla torre, grandi ambienti rettangolari a sesto acuto, sarebbero, secondo gli ultimi studi, di poco posteriori. Peculiari della decorazione architettonica sveva le mensole “a piramide rovesciata” che reggono l’arcata centrale nella copertura del salone centrale.

Certamente altri interventi si sono susseguiti nella fabbrica, testimoniati da incongruenze murarie e da elementi stilistici palesemente più tardi, come il portalino in pietra intagliata, che dà sulla corte interna prospiciente la scala le cui caratteristiche strutturali e decorative rimandano al sec. XVI (portale architravato, rosette stilizzate agli angoli). Questo nucleo costruttivo è racchiuso da una robusta cinta muraria che riprende la sua stessa curvatura geometrica, assumendo una forma arcuata, oltre un ampio cortile; proprio qui operano pesanti interventi in età successiva: la struttura venne, infatti, fortemente modificata nel XVII secolo, quando vi si volle allocare un monastero di monaci Olivetani dell’Abbazia di S. Maria del Bosco; vi trovò posto anche una chiesa, dedicata alla SS. Trinità.


Importanti vicende, avevano, nel frattempo, coinvolto il castello: secondo le fonti, era stato anche residenza di Federico III d’Aragona (1332), tanto che alcuni studiosi avevano fatto risalire a quest’ultimo l’impianto della fortificazione dell’antico “Casale”. Poi, nel seguire le vicende storiche del territorio, il complesso edilizio finì per perdere progressivamente la funzione originaria di sentinella armata a guardia della valle, rimanendo infine “solo” una residenza dei signori che si susseguirono nel dominio del feudo. E non è mancato certo momenti di splendore: nel 1543, l’imperatore Carlo V elevò solennemente la cittadina da contea a marchesato.

I tempi moderni portavano, invece, abbandono e degrado: gli antichi anziani ricordano, per esempio, che dagli spalti del castello venivano gettati di sotto i grandi conci squadrati da riutilizzare per altri edifici del paese, trasformando quindi l’imponente costruzione in una cava-deposito di materiale edilizio, sorte non rara per molti edifici antichi. L’ex convento, invece, ospita ancora adesso una struttura di accoglienza per anziani.

Oggi un recente restauro, operato dalla Sovrintendenza nell’ambito degli interventi per il recupero dell’architettura di età sveva, ha ridato piena dignità al monumento nella sua complessa identità costruttiva, salvaguardandone l’integrità e riconducendo la sua immagine ad una leggibilità nitida e completa, anche se certamente molto resta ancora da indagare su questa fortezza dalle singolari peculiarità e dall’enigmatico fascino che, nonostante ogni sforzo, continua a mantenersi, in un certo senso, impenetrabile.