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  Alcara li Fusi
Punti di interesse
Militello Rosmarino - Castello Normanno
Frazzanò - Monastero di San Filippo Fragalà
 
Alcara li Fusi

Alcara li Fusi è una cittadina situata tra possenti massicci rocciosi che con un forte pendio scendono verso la sponda destra del fiume Rosmarino che sbocca nel Mar Tirreno tra Sant'Agata di Militello e Torrenova. Il Paese è posto nella parte Centrosettentrionale della Sicilia, a 398 m s.l.m., 38,5 gradi di latitudine nord e 38,20 di longitudine est.

A nord del paese si stagliano quasi a picco le rocce calcaree che continuano verso oriente col Monte Crasto che è alto 1300 m e le imponenti rupe del Calanna dove si trova il nido dell'Aquila Reale. Tutti questi massicci imponenti fanno parte del sistema montuoso dei Nebrodi. Dopo Calanna si osservano i monti Pizzo di Moele, Gazzana, Scafi, Mangalaviti e territori di Scavioli e Trombetta che sono ex- feudi oltre ai quali vi è l'altopiano Miraglia e la vetta di Monte Soro (1847 m). Il territorio ricco d'acqua pura è anche coltivato a grano, vigneti e uliveti. Si allevano bestiame (Pecore, capre, bovini) con grande quantità di carne. I paesi confinanti sono: San Marco d'Alunzio a nord-ovest, Longi a nord-est, Cesarò a sud-est, San Fratello a sud, Militello Rosmarino a ovest e verso il mar Tirreno Sant'Agata di Militello.

Alcara Li Fusi è un comune del Parco dei Nebrodi.

La Storia


Le origini di Alcara risalgono al XII sec A.C. epoca in cui sembra sia sorto il primo nucleo dell'attuale cittadina. Narrano, infatti, Plinio e Dionigi d'Alicarnasso che, dopo la distruzione di Troia, fra i seguaci di Enea vi fosse un certo Patrone, natio della città di Turio e perciò detto Turiano, che sbarcato nel tratto di spiaggia che va da Acquedolci a Sant'Agata Militello, con molti suoi compagni, si diresse verso l'entroterra dove trovò un luogo ricco di sorgenti e riparato dai venti. Vi costruì un castello, da lui detto Turiano, dove prese dimora, costituendo il primo nucleo del borgo Turiano poi divenuto Alcara. Il nome di Alcara li Fusi potrebbe derivare dal greco "Alchar" che significa fortezza, oppure furono i nuovi conquistatori arabi a dargli il nome di "Akaret", che significa Castello. Nell'anno 885 circa, i Saraceni, che occuparono e distrussero la città di Castro, presero anche il Castello Turiano senza distruggerlo giacchè, per la sua posizione e solidità, fu utilizzato come fortezza. I Greci di Castro e di Dèmina, andarono ad ingrossare l'abitato di Turiano che così divenne una città abbastanza importante per l'avvenuta fusione dei territori e delle popolazioni di tre civiltà diverse. Cessato il dominio Saraceno e affermatasi la dinastia Normanna, l'intero abitato assunse il nome di "ALCARA", e poiché era compreso della "Valle Demona", si chiamò "Alcara Valdemone". La denominazione rimase fino all'anno 1812 poichè una legge Borbonica soppresse le vecchie circoscrizioni amministrative delle tre valli di Noto, Mazzara, e di Demona istituendo ufficialmente l'attuale nome di "ALCARA LI FUSI" poichè allora fioriva l'industria dei "fusi" per filare la lana, la seta e il lino. Altre pagine di storia furono scritte il 17 maggio 1860, in occasione dei moti rivoluzionari che fermentavano la Sicilia con scontri tra contadini e signori e preludevano lo sbarco di Garibaldi e la sua marcia nei Paesi Siciliani.

La Festa di "U Muzzuni"



Il "muzzuni" è una festa pagana, nella quale sono presenti i tratti distintivi di riti risalenti alla civiltà ellenica. È, infatti, un rito propiziatorio alla fertilità della terra, un inno al rigoglio della natura, all'amore ed alla giovinezza. Le festa coincideva col Solstizio d'estate; originariamente veniva celebrata il 21 giugno; con l'avvento del Cristianesimo, venne spostata al 24 giugno, giorno dedicato a San Giovanni Battista, martire decapitato. Da allora elementi pagani e cristiani si mescolano in questo rito che si ripete da secoli.

Il termine "muzzuni" fa probabilmente riferimento alla brocca priva del collo ("mozzata"), o al grano che viene falciato e raccolto in fascioni ("mazzuna") e, dal punto di vista religioso, a San Giovanni decollato.

Ad Alcara questo rito propiziatorio è sopravvissuto fino ai nostri giorni evidenziando la sua origine greca e profana. Per comprenderne il significato e la simbologia si deve far riferimento agli antichi popoli degli Stati Minori della Grecia e alla stessa storia di Alcara. Si narra, infatti, che intorno al XII secolo a. C., dopo la caduta di Troia (1183 a.C.), i Greci superstiti abbandonarono la loro patria sotto la guida d'Enea; durante il viaggio un certo "Patrone", nativo della città di Turio, con alcuni seguaci, si separò da Enea e sbarcò sulla costa tirrenica della Sicilia, stabilendosi in "un luogo ameno e ricco di sorgenti d'acqua". Qui fece costruire un castello da lui detto Turiano, attorno al quale ebbe origine il primo nucleo abitativo, che in seguito divenne Alcara.

Tali popoli veneravano divinità agresti quali: Demetra (della terra), Kore (della vegetazione), Adone (della fertilità), Afrodite (dell'amore) e Dioniso (dell'euforia), i quali continuarono a mantenere i costumi e i culti della madrepatria, grecizzando anche i territori colonizzati.

Questa festa, che adesso si celebra il 24 giugno, è considerata dagli antropologi la festa più antica d'Italia, "retaggio di un antico rito pagano legato al mondo contadino". All'imbrunire inizia la fase preparatoria della festa le cui protagoniste sono esclusivamente donne. Gli angoli più caratteristici del paese vengono preparati per accogliere gli altarini sui quali verrà posto "U Muzzuni". Attorno ad essi, sulle pareti, sui balconi e sulla strada, vengono estese le pizzare, i tipici tappeti tessuti con l'antico telaio pedale utilizzando ritagli di stoffa.

Su queste ultime, disposte intorno e ai piedi dell'altarino, vengono poggiati i piatti con i "Laureddi" (steli di grano fatto germogliare al buio), spighe ed umili oggetti del mondo contadino. Terminata questa fase, le donne rientrano in casa per preparare il "muzzuni". Esso è costituito da una brocca dal collo mozzo rivestita da un foulard di seta e adorna di ori appartenenti alle famiglie del quartiere. Dalla sommità della brocca fuoriescono steli d'orzo e grano fatti germogliare al buio, lavanda, spighe di grano già maturato e dei garofani. Completato l'allestimento del Muzzuni, una giovinetta del quartiere, simboleggiante le antiche sacerdotesse pagane, lo porta fuori e lo colloca sull'altare già pronto. Si entra così nel vero e proprio clima della festa: ogni quartiere che ospita il Muzzuni viene animato con musiche e canti popolari. In particolare i Cantori intrecciano chianote e ruggere, canti polifonici che hanno come tema la vita contadina e soprattutto l'amore. Sono duetti scherzosi uomo-donna, canti di corteggiamento e d'amore, a volte non corrisposto.

Ancora oggi dinanzi al Muzzuni si rinnova il Rito del Comparatico, mediante il quale si rinnovano vecchie amicizie e se ne intrecciano di nuove. I due che vogliono suggellare l'amicizia si scambiano i confetti "A Cunfetta", recitando un canto popolare.